Sardinian Pills: Grazia Deledda, il premio Nobel sardo

 

Sardinian Pills.. questa settimana pillole di.. letteratura! ??

Chi non ha mai letto Grazia Deledda? Se così fosse, questo potrebbe essere il momento buono per farlo, e magari la nostra pillola letteraria odierna sul premio Nobel sardo, vi incuriosirà e spingerà chi ancora non la conoscesse ad andare a sfogliare uno dei suoi romanzi.

Sapevate che la scrittrice nuorese, nata nel 1871, fu la quarta donna a ricevere questo prestigioso riconoscimento dopo Marie Curie? E la seconda italiana a vincere il Nobel per la letteratura dopo Giosuè Carducci. A caldeggiare la sua candidatura e la sua vittoria furono non tanto gli intellettuali italiani, quanto quelli svedesi.

L’opera che le valse il Nobel per la letteratura nel 1926, fu Canne al vento, pubblicato nel 1913. Il titolo del romanzo allude al tema profondo della fragilità umana, della precarietà dell’esistenza e dell’impotenza umana davanti all’ineluttabilità del destino; la similitudine tra la condizione delle canne e la vita degli uomini, enfatizzata in questo romanzo, proviene da un’opera precedente, Elias Portiolu, romanzo del 1903 che la consacrò come scrittrice: “Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere”.

Ambientato sullo sfondo della Baronia, tra i paesi di Galtellì e Orosei, Canne al vento ci proietta nei paesaggi aspri della Sardegna rurale dei primi del Novecento, trasportata quasi in una dimensione mitica e senza tempo, dove la staticità delle antiche usanze di paese si contrappone al rapido evolversi del mondo trainato dallo sviluppo industriale e tecnologico.

La Deledda non fu molto apprezzata dai suoi concittadini e dalla stessa comunità letteraria sarda del tempo, che la accusavano di dare, attraverso i suoi scritti, un’immagine arcaica, rude ed arretrata della Sardegna.

Ma la sua sensibilità per i fatti umani e per la natura, da lei descritta con una maestria senza pari, fece breccia tra la critica, anche estera, e il 10 dicembre 1926 arrivò la consacrazione più alta per uno scrittore, il conferimento del premio Nobel da parte dell’Accademia svedese di letteratura.

Il suo discorso di ringraziamento per il premio, pronunciato a Stoccolma davanti ai reali svedesi, fu uno dei più umili e memorabili mai proferiti e resterà nella storia:

<< Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così. Avevo un irresistibile miraggio del mondo, e soprattutto di Roma. E a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruì una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani.

Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio. Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo >>.

 

 

 

 

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