I Riti della Settimana Santa ad Orosei: Sa Chita Santa

Ad Orosei i riti de “Sa Chita Santa” rappresentano uno dei momenti più importanti e più profondamente sentiti nella vita religiosa della comunità baroniese. Questi nel tempo hanno raggiunto il perfetto connubio tra l’aspetto più intimo e spirituale e quello più scenografico e folkloristico, che vede sicuramente il suo apice nella domenica de S’Incontru, coinvolgendo in egual misura credenti e non. Difficilmente chi ha avuto la possibilità di assistere alla settimana santa oroseina, ha saputo resistere alla sua bellezza, al fascino antico che affonda nella religiosità dei canti e nell’intimità delle preghiere. Le chiese del centro storico, spesso disadorne per gran parte dell’anno, diventano maestose cattedrali di fiori, dove l’odore pungente dell’incenso si mescola al dolce fumo delle candele di cera.

Buona Lettura

I riti della Settimana Santa in Sardegna si innestano in un substrato ricco di rituali ancestrali, derivati da antichi culti di rinnovamento della terra e delle stagioni e riti di purificazione, di cui si conserva traccia per esempio nell’esposizione nelle chiese de “Su Nenniri” (un vasetto di germogli), nella pulizia e purificazione della casa, o nell’astensione da alcuni cibi.  Con la dominazione spagnola poi, questi riti sono stati rimodulati e si sono arricchiti di enfasi, teatralità e un forte senso di pathos. Di derivazione tutta spagnola sono infatti l’iconografia della Vergine Addolorata, i costumi delle confraternite e i suggestivi canti di accompagnamento, tra cui i canti a quattro voci e le laudi religiose senza accompagnamento musicale, i gozos (godimento e gioia in castigliano), tramandati per i riti paraliturgici dai frati della Mercede alle confraternite isolane. I canti si trovano maggiormente diffusi in sardo e talvolta vengono accompagnati da strumenti in legno che producono rumori assordanti che annunciano il passaggio della processione nei giorni in cui non si possono suonare le campane. Questi, insieme ad altre usanze, come il rito dei fucilieri, che accompagna l’incontro del Risorto con la Madre la mattina di Pasqua, hanno perlopiù remoti scopi scaramantici.

 

SAS PRAMMAS: la mattina della Domenica delle Palme si svolge una processione oltre le mura della chiesa. Al ritorno è tradizione bussare tre volte al portale del tempio, a simboleggiare la porta del Paradiso, aperta ad Adamo ed Eva dopo la loro cacciata, grazie al sacrificio di Cristo. In chiesa le palme (sas prammas appunto, il cui metodo di intreccio, diverso da luogo a luogo, ne fa opere d’arte) e gli ulivi vengono benedetti e poi bruciati (la cenere verrà utilizzata per le celebrazioni del Mercoledì delle Ceneri dell’anno successivo. I fedeli portano le palme e gli ulivi a casa e li conservano fino all’anno successivo come segno di benedizione, attribuendo loro una funzione scaramantica.

SOS MISTERIOS: la pietà popolare fu stimolata in particolar modo dalle funzioni paraliturgiche dei Misteri dolorosi, di chiara origine medievale. Durante le processioni del lunedì e del martedì, si mette in scena la Passione e la morte di Gesù, mettendo in risalto il colore rosso del sangue. Sos Misterios sono nient’altro che gli oggetti della sofferenza del Cristo: il calice, il guanto (rappresenta gli schiaffi dei soldati), la corda, la catena, la frusta, la scala, la corona di spine e così via. In alcune località sono statue condotte su portantine, addobbate con tessuti ricamati; i catafalchi (impalcatura su cui viene riposto il simulacro) e i carri sono colmi di candelabri, candele e fiori.

SOS SEPURCROS: nonostante la morte di Gesù, secondo i Vangeli, sia avvenuta il venerdì, i sepolcri (sos sepurcros in sardo) vengono allestiti già dal giorno prima.  Il Santissimo sacramento (le ostie avanzate dall’ultima eucarestia) viene portato dal Tabernacolo al luogo della deposizione, una cappella che rappresenta il sepolcro del Cristo. I sepolcri vengono addobbati con erbe, fiori e germogli di grano, a simboleggiare un giardino, simbolo cristiano di resurrezione, ma anche legato a riti ancestrali quali il culto di Adone. Questa tradizione, diffusa in Grecia ed Asia minore, simboleggiava la vita della divinità, paragonata alla crescita e all’appassimento rapido dei germogli. Questi ultimi, venivano poi gettati in fiumi o sorgenti, per consentire la rinascita. Perpetuato dalla Chiesa Bizantina, oggi è presente nelle comunità cristiane greco ortodosse, ma anche in Sardegna è rimasto un grande influsso di queste pratiche. Su Nenneri rappresenta appunto tale congiunzione. Il vaso con i germogli viene posto sui sepolcri. Una volta rinsecchiti, vengono bruciati per non essere profanati.

Il giovedì santo, in concomitanza dei Sepolcri, avviene anche la processione de Sa Chirca. I fedeli ripercorrono l’angoscia provata dai parenti di Gesù subito dopo la sua morte. Si immagina che Maria abbia cercato disperatamente il figlio, e per rimembrare questa ricerca, si conduce il simulacro dell’Addolorata in una processione chiamata appunto sa chirca (la ricerca). Si visitano i sepolcri allestiti nelle chiese, in memoria dei dolori sofferti da Gesù in diversi luoghi. Si intonano gòzos, e si suonano i tamburi e sas matraccas (una tavoletta forata, simile ad un tagliere). Una volta entrati in chiesa con l’Addolorata, si pratica l’adorazione del sepolcro.

S’INCRAVAMENTU: dopo che durante sa chirca, il Cristo viene trovato, si può inscenare il rito della crocifissione, detto appunto de s’Incravamentu. La scena desta ancora sentimenti di compassione tra i fedeli. Il procedimento è reso agevole e realistico dall’utilizzo di simulacri snodabili, realizzati solitamente nel 700′ da scultori specializzati. Il Cristo viene innalzato con fasce o lenzuola bianche e inchiodato. La croce viene poi inalberata dai Corfajos (confratelli), ancorandola ad un foro posto solitamente al centro dell’altare maggiore. I gesti lenti, i canti del Miserere e dello Stabat Mater e talvolta i commenti in limba da parte di un predicatore, rendono l’atmosfera struggente.

SA CHENAPURA SANTA: il venerdì è la giornata dedicata alla Via Crucis. Si ricorda il cammino di Gesù con la croce in spalla fino al Golgota (in ebraico) o Calvario (luogo del teschio in latino). La Via Crucis, concepita dalla chiesa di Gerusalemme, invitano alla meditazione con quattordici stazioni, alcune delle quali non citate nei vangeli, ma frutto della fantasia popolare. Una variante iberica della Via Crucis, è la processione del Cristo morto, una sorta di funerale di Cristo con due cortei in contemporanea, uno con il Cristo e l’altro con l’Addolorata, che s’incontrano in chiesa.

S’ISCRAVAMENTU: la deposizione del Cristo dalla croce è uno dei più antichi riti paraliturgici. Solitamente avviene il venerdì sera ed è accompagnato da cori. Generalmente il rito inizia con una processione. Due confratelli impersonano Nicodemo e Giuseppe D’Arimatèa (sos giudeos o discepulos); su due vassoi detti fuèntes portano martello e tenaglie, oltre ad una striscia di lino bianco che useranno per deporre Gesù dalla croce. Talvolta vengono aiutati da confratelli che impersonano San Giovanni e Maria Maddalena o da bambini vestiti da angeli (anghelos). Altri confratelli nel frattempo trasportano su Brossolu (il feretro) nel quale verrà deposto il Cristo Morto, altri ancora le scale. Inizia quindi il cerimoniale dello schiodamento. I confratelli che impersonano i giudei salgono lentamente le scale, tolgono la corona di spine dal Cristo e la mostrano alla folla. Discendono quindi le scale e la depongono ai piedi o sul capo della Madonna. Fanno passare il panno di lino fra le braccia e la nuca del crocifisso, tolgono i chiodi, e dopo averli mostrati, li ripongono nel vassoio e li presentano alla Vergine. Il Cristo appeso, momentaneamente sostenuto solo dal sudario, viene poi deposto tra le braccia dei confratelli e riposto in su Brassolu, ornato di fiori e ricoperto da su velu. Da qui viene condotto con sa processione de s’interru (l’interramento) fino al sepolcro. In alcune località, un confratello veglia fino all’alba in attesa della Resurrezione.

S’INCONTRU: La domenica di Pasqua le campane, finalmente slegate, suonano a festa. La Madonna Addolorata dismette gli abiti del lutto, per andare incontro al figlio risorto, vestito solo d’un drappo rosso in vita. La pietà popolare ha voluto esprimere la gioia della resurrezione nella processione de s’Incontru (dallo spagnolo encuentro). Due cortei gestiti da diverse confraternite (un tempo gli uomini portavano il Cristo, mentre le donne l’Addolorata) uno con Maria (ad Orosei quello di Su Rosariu), l’altro con Gesù (ad Orosei quello di Santa Rughe), partono da due chiese diverse (nel nostro caso dai rispettivi oratori) e si incontrano in un punto prestabilito (davanti al piazzale della Parrocchiale di San Giacomo Maggiore). Un tripudio di fiori, colori, suoni di campane, canti e le scariche dei fucilieri (si spara in alto per scacciare i demoni), fanno da cornice all’evento. La domenica di Resurrezione era chiamata anche Pasqua d’Uovo, perché si festeggiava donando uova sode e colorate in chiesa. Una tradizione che ha origini antiche, basti pensare che già gli egizi usavano scambiarsi le uova durante la festività di primavera come simbolo di fecondità ed eternità. Durante la Quaresima, vi era il divieto assoluto di consumare uova, poiché ricordavano i pugni dei soldati romani al Cristo. In Sardegna la tradizione dell’uovo pasquale è stata tramandata dalle donne, che durante sa Chida Santa, preparano i dolci e su pane ‘e Pasca. Il pane, al cui interno si mette un uovo, viene abbellito con decori antropomorfi o zoomorfi, ed è destinato ai bambini.

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