Il fuoco di sant’Antonio Abate ad Orosei

 

 

Riti e Manifestazioni: Il Fuoco di Sant’Antonio Abate ad Orosei 

Tra i santi maggiormente invocati in Sardegna ce n’è uno in particolare, di origine orientale (egiziana per la precisione) che tutti gli inverni viene festeggiato in molti paesi dell’isola con enormi falò. Si tratta di Sant’Antonio Abate, meglio conosciuto da noi come Sant’Antoni de s’ocu, che la Chiesa ricorda il 17 gennaio.

Il culto di Sant’Antonio ha origini particolari e rappresenta un perfetto esempio di sincretismo religioso essendosi il culto cristiano sicuramente sovrapposto a riti arcaici, già praticati nelle comunità locali per onorare divinità pagane, ereditandone e reinterpretandone l’intero impianto di simboli e significati.

Palesi sono inoltre le analogie tra il culto di Sant’Antonio Abate e il mito greco di Prometeo: nel mito pagano di Prometeo infatti, il titano rubò il fuoco agli dei per farne dono agli uomini, mentre secondo la tradizione cristiana, Sant’Antonio discese negli inferi e con uno stratagemma ingannò i diavoli per rubare il fuoco e portarlo sulla terra attanagliata dal gelo.

Per omaggiare il Santo, tutti gli anni, la sera del 16 gennaio, anche ad Orosei, nel cortile dell’omonimo complesso medievale di Sant’Antonio Abate, viene acceso un gigantesco falò.  A partire dal giorno dell’epifania, gli abitanti del paese iniziano a raccogliere legna (lentischio, cisto, corbezzolo, rosmarino, rami d’ulivo, pino e cipresso), che ammucchiano all’interno del cortile, dove, accanto alla torre pisana, è stato in precedenza piantato un alto palo di cipresso (detto in dialetto su pirone), che il giorno della festa viene decorato con una croce di arance in cima. Il giorno della festa, dopo la messa, l’enorme catasta di legna benedetta dal sacerdote, viene accesa e la folla presente inizia a compiere tre giri rituali intorno al fuoco, in senso antiorario. Una volta era usanza che i ragazzi più intrepidi, sfidando le prime fiamme, si arrampicassero velocemente sul palo centrale per conquistare le arance; oggi questa pratica è stata proibita per motivi di sicurezza e il perimetro del fuoco transennato.

Durante la serata poi il comitato di Sant’Antonio distribuisce ai presenti vino, carne di maiale e soprattutto il dolce tipico di questa festa: su pistiddhu (dolce a base di farina, miele e aromi naturali) e su pane nieddhu (farina, miele, lievito e sapa), il tutto incorniciato da musica e balli.

Il fuoco diventa, in questo modo, un elemento di aggregazione, comunione e occasione di divertimento, facendo di questa festa religiosa una tra le più profondamente sentite dagli oroseini.

Un’ultima curiosità… Il giorno dopo la festa è usanza dei fedeli andare a raccogliere un po’ della cenere benedetta del fuoco e fino a qualche tempo fa, per proteggere bambini e adulti dal malocchio, oltre che al solito “kokku” e a “su correddu” di corallo, si usava anche realizzare dei sacchettini di tela nei quali veniva posta un po’di questa cenere benedetta a cui venivano unite “sas rezettas” ovvero delle formule e delle preghiere scritte. Questa sorta di brevi venivano poi cuciti agli abiti e usati come una sorta di amuleti a protezione dagli influssi malefici.

Tra un paio di giorni, ad Orosei, le fiamme del falò di Sant’Antonio illumineranno ancora una volta al crepuscolo il cielo invernale… se volete toccare con mano il fascino primordiale di questo rito millenario non vi resta che venire a trovarci!

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