Sardinian Pills: “Non è vero ma ci credo”: la credenza ne s’ocru malu in Sardegna

Sardinian Pills.. questa settimana parleremo di… antropologia ed esoterismo! 

La tradizione popolare sarda propone uno scenario vastissimo di credenze e di esperienze riconducibili alla sfera soprannaturale e magica nonché agli antichi rimedi della medicina popolare, profondamente radicate nell’immaginario comune e perciò ancora straordinariamente attuali nella nostra isola. Una delle massime espressioni della cultura magica popolare sarda è sicuramente rappresentata dalla serie di pratiche, credenze e rimedi tradizionali contro “s’ocru malu”, il malocchio, una condizione di “malessere” o disagio dai contorni indefiniti, che non può essere spiegata da un punto di vista razionale. Ed è a questa atavica e ambigua credenza, ancora così radicata nei sardi, che vogliamo dedicare la nostra “pillola” di oggi.

Agli inizi degli anni ’70, l’antropologa Clara Gallini condusse un’indagine sul campo in una zona interna della Sardegna per studiare una serie di situazioni di disagio attribuite a due cause magiche ben precise: il malocchio e “s’ispinzu”, ovvero il furto magico di un oggetto simbolico perpetrato per arrecare danno. La zona di interesse era considerata un’area in cui l’antica società agropastorale aveva subito le trasformazioni minori e dove quindi si erano mantenute vivide e tangibili le antiche credenze popolari. La ricerca si era concentrata in modo particolare su cinque centri in cui si trovavano santuari campestri circondati da cumbessias, piccole abitazioni aperte solo in alcuni periodi dell’anno in occasione delle novene religiose: Nuoro, Oliena, Mamoiada, Bitti e Orosei. Il quadro che emerse mostrava che, mentre la credenza nel furto di pegno con significato magico (ispinzu), aveva subito una battuta d’arresto, pur restando radicata nelle generazioni più anziane, la tendenza a credere nel malocchio era ancora molto diffusa, tanto da costituire l’indicatore di una intera situazione sociale ed economica. L’ideologia del malocchio nelle comunità prese in analisi infatti, appariva indissolubilmente connessa a un forte condizionamento economico, dovuto a una scarsa disponibilità di beni, di strumenti tecnici e di possibilità lavorative. In altre parole, in queste società a vocazione prevalentemente contadina o pastorale, il malocchio minacciava la buona riuscita di tutte le attività tecniche dell’agricoltura e della pastorizia: l’esito del raccolto, la salute del bestiame e la lavorazione dei prodotti da esse derivanti (pane, vino e formaggio); inoltre minacciava la condizione preliminare ad ogni tipo di attività: la salute. Ecco perché spesso le attività produttive avvenivano «di nascosto», tra le pareti domestiche, coinvolgendo solo i membri della famiglia, allargata tutt’al più a comari e compari o amici del vicinato, ai quali poi si sarebbe contraccambiato il favore. In particolare la produzione del pane e quella del formaggio erano momenti in cui non era gradita l’intrusione di estranei, pena la cattiva riuscita delle operazioni produttive, perché l’intruso avrebbe potuto, anche involontariamente, gettare il malocchio.

L’ansia per il benessere e il successo personale erano comprensibili dunque nell’ottica di una complessa ideologia in cui una cosa troppo bella non è destinata a durare e ogni forma di godimento è concepita come precaria e colpevole perché si realizza a spese degli altri e si corre quindi il rischio di “essere puniti” a causa dell’invidia altrui. Ogni cosa dunque è precaria: è precaria anzitutto la bellezza, perché soggetta ad invidia; sono invidiati i bambini belli e sani e le ragazze graziose, è invidiato il bestiame quando è florido ed è invidiato il benessere economico.

Da questi studi risultava dunque che l’ideologia del malocchio è sempre indissolubilmente legata a doppio filo al tema dell’invidia. Il desiderio del bene altrui può essere considerato legittimo o illegittimo, ma viene visto comunque come qualcosa di distruttivo.

Ma si può “mettere il malocchio” anche perché si guarda con troppa ammirazione qualcosa, per lo stesso motivo la lode e il complimento sortivano lo stesso effetto di una maledizione se non accompagnate da gesti o frasi rituali necessarie. L’aggressione magica poteva avvenire infatti anche tramite le parole, non solo attraverso lo sguardo. Per questo tutte le volte che si esaltava qualcosa di bello ci si affrettava a toccarla o pronunciare la frase di rito “Deus lu mantenzat” («Dio lo conservi!»), per scaricare la lode di ogni potere negativo e scongiurare il rischio di gettare il malocchio.

Dall’aggressione de s’ocru malu e de sa limba mala («la lingua cattiva») ci si difendeva con vari sistemi tramandatisi fino ai giorni nostri: o in via preventiva attraverso l’utilizzo di amuleti, o, qualora la gravità della situazione lo richiedesse, ricorrendo a una “guaritrice”, una donna capace di eseguire la pratica magico-religiosa in grado di allontanare l’influsso nefasto, la cosiddetta “michina ‘e s’ocru malu” (medicina del malocchio), prassi a cui si ricorreva, come vedremo, ieri come oggi.

Nonostante infatti siano passati quarant’anni dall’indagine della Gallini e il progresso economico e tecnico abbiano allontanato dalla società moderna l’ansia per la perdita dei beni primari, ancora oggi, all’alba del nuovo millennio, la paura del malocchio è viva e vegeta nei sardi e pende minacciosa come una spada di Damocle sulle “nuove necessità”: il successo nel lavoro, nello studio, la fortuna, l’amore e, come sempre, la salute. Ancora oggi non vi è provincia o paese in Sardegna, in cui non vi siano persone che, almeno una volta nella vita, non abbiano pensato di essere perseguitate dal malocchio e non siano ricorse ai “rimedi tradizionali” per scongiurarlo. Anche chi sostiene scetticamente di non credere al malocchio non può sottrarsi in Sardegna a secoli di convenzioni sociali, dove una cosa si fa perché è usanza, «perché si fa così!». Per cui non stupisce che ancora, quando si apprezza un bel bambino o una bella ragazza o qualunque cosa bella, la si tocchi, non tanto per scongiurare la fascinazione, quanto per non offendere la persona che si ha di fronte, che potrebbe aspettarsi un certo codice di comportamento.

Nei paesi sardi la donna ha sempre avuto la prerogativa di essere sia soggetto che oggetto del malocchio: è colei che è più esposta al rischio del malocchio ma è anche colei che getta il malocchio più potente. In genere è sempre in linea femminile che vengono ereditati gli oggetti magici, gli amuleti, che preservano dal malocchio ed è sempre la donna che gestisce la vita e la morte attraverso la pratica della “medicina dell’occhio”, il rituale magico-religioso che allontana il malocchio. Questo rito terapeutico prevede l’utilizzo di elementi ricorrenti quali l’acqua, il segno della croce e i brebus, le parole, le formule segrete pronunciate dalla guaritrice, spesso combinati ad altri quali olio, grano, corno, carbone, occhio di Santa Lucia ecc. L’interpretazione dei segni, data da questi elementi, costituisce il momento più delicato e cruciale del rito, essendo quello in cui si delinea la diagnosi e si stabilisce il rimedio.

L’altro sistema fondamentale di difesa, preventivo, è costituito da tutta una serie di oggetti, quali gli amuleti, e gesti apotropaici destinati ad annullare qualunque possibile influsso malefico proveniente dagli altri. Le ricerche svolte a tal proposito dimostrano che gli amuleti sardi, pur avendo molteplici valenze, sono quasi tutti riconducibili all’ideologia del malocchio. Purtroppo molti amuleti erano così poveri e deperibili, poiché fatti spesso con materiali organici, che nessuno ha mai avuto occasione o interesse a conservarli e sono giunti fino a noi solamente attraverso il ricordo degli anziani. È il caso per esempio del cosiddetto “arghentu vivu”, un amuleto anti malocchio che veniva usato anticamente in tutto il Nuorese e preparato specialmente dalle donne di Orune, che consisteva in alcune gocce di mercurio che insieme a un po’ di fior di farina venivano rinchiuse entro il guscio di una mandorla, il cui seme veniva estratto attraverso un forellino poi richiuso con cera, pece, gomma e simili; il guscio veniva poi avvolto da un cordoncino.  Diverso è il discorso riguardante gli amuleti che erano anche oggetti di oreficeria o costituiti da materiali ritenuti in qualche modo preziosi, che decoravano, quasi obbligatoriamente, anche i costumi tradizionali. La maggior parte di essi ha radici precristiane e ha subito un’evoluzione nel tempo; se prima, ad esempio, erano caratterizzati dall’uso di un determinato materiale, in periodi successivi il materiale è cambiato, conservando solo similitudini di forma o colori. È certo tuttavia che sostituendo il materiale, l’amuleto non perdeva né l’eventuale significato simbolico, né la sua funzione apotropaica. L’unica condizione perché l’amuleto agisca è “aver fede”, credere cioè nel suo potere; in alcune zone, infatti, l’efficacia dell’amuleto è data dal fatto che esso debba essere “abbrebau”, su di esso devono cioè essere stati recitati is brebos, le “parole”, le preghiere magico-religiose”.

Uno degli amuleti più diffusi in Sardegna per la protezione dal malocchio, soprattutto dei bambini, è la pietra nera in giavazzo o giaietto, un legno fossile (la lignite picea), cui sin dall’antichità in tutta Europa vennero riconosciute particolari virtù contro il malocchio. Di forma sferica è sempre incastonata in argento, perché si credeva avrebbe perso il suo potere se legata in oro. La terminologia con cui viene identificata è varia e difficilmente localizzabile. È nota come sabegia nel Campidano di Cagliari, denominazione quest’ultima che riconduce al catalano adzabeja, dove designa appunto il giavazzo o ambra nera. Con pochissime varianti fonetiche lo ritroviamo nella Barbagia, dove è invece conosciuta come kokko, in Gallura e nel Logudoro è invece generalmente nota col nome di pinnadellu, mentre nell’Oristanese viene denominato pinnareddu. Tradizionalmente nero, su kokku, simboleggia il globo oculare, nella fattispecie l’occhio buono che si contrappone a quello cattivo attirandone lo sguardo; la sua funzione consiste nel salvare chi ne è munito, fungendo da “parafulmine” e spaccandosi al posto del cuore della persona “guardata”. L’amuleto si ritrova talvolta anche rosso, di corallo, specialmente in Gallura e in alcuni paesi barbaricini, dove prende il nome di coradeddu ‘e s’ogu leau (corallino del malocchio) e dove lo si portava appeso alla spalla e ricadente sul braccio, unito a mazzo con altri amuleti sempre di corallo e incastonati in argento. Su kokku veniva appeso alle culle a protezione dei neonati, mentre i bambini più grandicelli lo portavano generalmente al polso, legato con un fiocchetto verde e veniva loro tradizionalmente regalato dalla nonna o dalla madrina di battesimo. Le donne invece lo esibivano al collo o appeso al corsetto.

Molto diffusi in Sardegna, sempre in ambito amuletico, sono anche i rametti, i falli e le manine in corallo che fanno le fiche, dette appunto manuficas, di evidente richiamo sessuale, un amuleto quest’ultimo diffuso in tutta l’area mediterranea e latinoamericana anche in altri materiali come il giaietto, il legno, il cristallo di rocca ecc. Il corallo rappresenta per l’uomo il materiale magico per eccellenza. La mitologia greca associa la sua origine all’uccisione di Medusa da parte di Perseo: il sangue, sgorgato dalla testa del mostro, avrebbe impregnato completamente un alga marina pietrificandola e conferendole un colore rosso brillante. La tradizione classica riferisce anche la leggenda secondo la quale il corallo sott’acqua manterrebbe una consistenza molle e indurirebbe solo al contatto con l’aria. A partire da questo mito delle origini, nel corso dei secoli successivi, dagli alchimisti vennero riconosciute al corallo, forse per l’ambiguità della sua natura a metà strada tra regno animale e vegetale, varie virtù magico-terapeutiche, fino ad arrivare in epoca medievale all’assunzione del corallo da parte dell’escatologia cristiana come simbolo del sangue di Cristo e della redenzione mediante la Passione.  Infine un altro amuleto diffusissimo nell’isola a protezione dal malocchio è la cosiddetta preda de s’ocru, costituita dall’opercolo della conchiglia Turbo rugosus, comunemente nota col nome di “occhio di Santa Lucia”. Incastonata con l’argento, si porta solitamente come anello o appesa al collo come ciondolo, ma veniva utilizzata in alcune zone, come già menzionato, anche come elemento nella pratica della “medicina dell’occhio”. Era impiegata con la medesima funzione fascinifuga anche nell’Italia centromeridionale, a protezione della fertilità delle donne e della vista, per quest’ultimo scopo e contro le emicranie era utilizzata anche in Spagna, dove è denominata Haba de Santa Lucia.

Molto frequente è anche l’utilizzo di scapolari (sa rezetta), piccoli sacchetti di stoffa contenenti i più svariati materiali (grano, sale, palma benedetta, immaginette o foglietti scritti) da portare sempre addosso. Ad Orosei per esempio, mia nonna mi diceva che si usasse realizzare dei sacchettini di tela nei quali veniva posta della cenere benedetta del fuoco di S’Antonio, falò sacro che viene acceso ogni anno il 16 gennaio in onore del santo, a cui venivano unite “sas rezettas” ovvero delle formule e delle preghiere scritte; questi venivano poi cuciti agli abiti a protezione dagli influssi malefici.

Fonti:

Oculus Malignus: potere dell’occhio e malia nel mondo antico

C. Gallini “Dono e malocchio”

Gioielli. Storia,linguaggio, religiosità dell’ornamento in Sardegna

Tesi di laurea di Veronica Chines

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